L'Hotel Ruzzini a Venezia, rinomato per il suo fascino e la sua sensibilità artistica, ospita l'opera Primo Violino di Gianluca Migliorino, un omaggio alla libertà espressiva e alla bellezza imperfetta. Di seguito, la recensione della curatrice Livia Ruberti, che approfondisce il significato di questa straordinaria scultura.
Gianluca Migliorino, fondatore e direttore creativo della Migliorino Design, è un artista contemporaneo, dotato di una sensibilità poliedrica, capace di fondere le arti seguendo il suo spirito di osservazione e reinterpretazione e di trasformare oggetti, quotidiani o insiti nell’immaginario comune, in simboli evocativi.
L’opera Primo Violino, esposta a Palazzo Ruzzini a Venezia nella versione bianca e nera, è stata realizzata su commissione del maestro violinista e direttore d’orchestra Michael Maciaszczyk, il quale ha collaborato con alcune delle più prestigiose orchestre, tra cui i Wiener Symphoniker e l’Orchestra della Radio di Monaco.
L’opera di Migliorino rappresenta un violino, ma non in senso tradizionale. Lo strumento viene scomposto e riassemblato in una forma inedita, rifl ettendo le infi nite sfumature del suono e dell’interpretazione dell’arte musicale.
L’intenzione dell’artista è proprio quella di celebrare questo aspetto: il violino scultoreo non è solo la rappresentazione fi sica dello strumento, ma anche un’esplorazione della sua essenza. I comma, ossia le minime diff erenze di intonazione tra una nota e l’altra, diventano il cuore concettuale della scultura. Queste sfumature, impercettibili all’orecchio non allenato, rappresentano per il violinista un terreno di libertà espressiva unico. L’assenza di tasti sul violino, infatti, consente al musicista di modulare l’intonazione con estrema precisione, creando una varietà infi nita di sfumature sonore. La frammentazione del violino simboleggia i 9 commi in cui risiedono il carattere e l’identità di chi suona, dove il gioco di tensione tra forma e contenuto, tra precisione e libertà, restituisce la fl uidità e l’emozione dell’ascolto.
Quest’opera non è solo un omaggio a Michael Maciaszczyk e al suo talento, ma un tributo all’essenza stessa della musica: un’arte che trova la sua bellezza nell’imperfezione, nella capacità di evocare emozioni universali attraverso la precisione del gesto e l’imprevedibilità dell’interpretazione.
di Livia Ruberti
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